MAPS solo show at Federico Bianchi Gallery, 4 April 2013 - 30 May 2013, Milano, curated by Federica Morandi.

 

Dal ripetersi di elementi urbani e di simboli del nostro tempo legati ai lavori precedenti, Jacopo Prina torna a creare una metafora del mondo intorno a noi, attraverso l’estrapolazione di frammenti della realtà per poi ricomporli sulla tela. La domanda è sempre la stessa: “Dove siamo?”. La mostra Maps raccoglie la più recente produzione dell’artista, in cui si denota un approccio differente. 

La ricerca di Jacopo Prina si evolve: nelle produzioni passate cattura oggetti e persone attraverso la macchina fotografica, come un alchimista che esegue esperimenti e ne presenta i risultati. Si tratta di una visione orizzontale annessa a ritratti e a singole forme come espressione del contenuto interiore. Le persone escono dallo schema sociale cui si riferiscono e sono trasportate in un’altra dimensione. Negli ultimi lavori la prospettiva dell’artista muta e diventa verticale: il riferimento a Google Map permette una presa diretta della realtà come vista dal satellite, definendo i nostri percorsi e itinerari quotidiani. Gli spazi sono sintetizzati in linee e colori, e gli oggetti prima piccoli e poi grandi, ci indicano la strada da seguire.

Fin dall’infanzia trascorsa a Milano, l’artista viene in contatto con un’infinità di forme geometriche e di oggetti standardizzati: luoghi di passaggio, come la metropolitana, le stazioni ferroviarie e gli aeroporti, ma anche di svago e di divertimento come i parchi giochi e i centri commerciali. Luoghi da utilizzare, non da vivere, in cui gli individui condividono in modo empatico la routine quotidiana. L’occhio è assuefatto e la mente piena di codici identitari che danno vita alla realtà contemporanea: le mappe non sono che metafora della nostra vita perennemente in transito.

Le mappe non offrono una risposta, ma diverse combinazioni. Le forme del vissuto quotidiano sono rovesciate sulla tela, senza dare importanza ad un oggetto piuttosto che ad un altro: è tutto sullo stesso piano. Il punto focale è l’ambiente, e le forme geometriche che si ripetono e si susseguono con dimensioni e ritmi diversi, sono le regole della società contemporanea. La sensazione di smarrimento è paragonabile all’apertura della mappa di una città sconosciuta. Ci troviamo di fronte alle identità morfologiche dei non luoghi.

I non luoghi sono ovunque intorno a noi: autostrade, stazioni, aeroporti, supermercati, grandi catene alberghiere, parcheggi e fiere. Si tratta di luoghi apparentemente anonimi, senz’anima, come contenitori di strutture omologate e ripetitive. Anche i numeri diventano geometrici: ogni tela sviluppa un’area apparentemente stereotipata, priva di riferimenti storici e culturali. E’ l’osservatore stesso a dare un’identità a ciascun luogo, riversando su di esso la propria esperienza e memoria. La contraddizione tra luoghi e non luoghi vive nei lavori di Jacopo Prina; sono stimolo per cercare noi stessi e dare risposte alle nostre domande.

Come denuncia l’artista stesso: “L'occhio dell'osservatore rimane spaesato di fronte a queste grandi mappe, sospeso da una forma ad un’altra. La ricerca di una risposta rimane una consapevole utopia”. 

Federica Morandi

 

MAPS comunicato stampa

Il mondo artificiale è il mio habitat naturale.

Perso nella geometria dei segni, cerco un orientamento nelle forme del creato (dall'uomo).

Dipingo mappe alla ricerca di una meta che so non esistere.

Jacopo Prina 

Le opere di Jacopo Prina si presentano come mappe ideali stese sulla superficie, disposte per itinerari da percorrere attraversando la geometria dei segni.

Il senso del viaggio non è il raggiungimento di una meta, ma il viaggio in sé. Spazio e tempo si avvolgono e si srotolano lungo il percorso lasciando il pensiero libero e adatto alla meditazione.

È ricerca di identità attraverso i luoghi e le memorie che il percorso stimola o pura meditazione senza strade predefinite e obbiettivi da raggiungere. Il luogo è il viaggio, luogo della mente e qui del segno.

Dove mi trovo? Dove sono stato? Per rispondere a queste domande l'occhio dell'artista si pone sul satellite di google maps per vedere da un luogo “altro” e soprattutto contemporaneo.

I numeri, uno per quadro, siglano l’opera come timbro catastale e suggeriscono l’idea di un territorio più vasto da ricomporre. Quasi a voler rimappare la superficie intera del pianeta, o almeno la sua parte antropizzata.

Diversi sono i punti sul quadro che potrebbero indicare il luogo esatto dove ci troviamo o siamo stati, ma esso non è mai al centro del dipinto grazie alla visione indifferente del satellite che non privilegia un luogo rispetto a un altro. Sarà l’osservatore a scegliere. Se può o vuole.

Rombi, quadrati, cerchi sono sintesi formale del mondo artificiale che esiste intorno a noi.

I quadri sono realizzati con colori acrilici, le forme vengono impresse sulla tela, senza ragionamenti a priori, secondo un processo semi-automatico. Non sono l’esecutivo di un disegno predefinito. Ogni opera è un percorso (una mappa) che si distende sulla tela seguendo istinto ed emozione, su un canovaccio che esiste nel pensiero e che si formalizza di volta in volta attraverso il segno e il colore.

Segno che a volte corre veloce e netto, altre vibra creando un contorno apparentemente incerto (come il “vibrato” in musica e nel canto) lasciando l’impronta, irripetibile, del pennello. 

Ogni opera è un viaggio a sé: ripensamenti, ingrandimenti e spostamenti avvengono direttamente sul dipinto lasciando inevitabilmente traccia della ricerca topografica e compositiva. Ciò lo rende vivo, autentico ed unico.

 

ACADEMY OF FINE ARTS n.15 del 2013 MAPS

Nella nuova sede milanese della Federico Bianchi Contemporary Art Jacopo Prina tiene la sua terza personale in collaborazione con la galleria. I dipinti di grandissimo formato e di colori straordinariamente vivaci e dagli accostamenti marcatamente arditi sorprendono l’osservatore non appena varca la soglia, ma c’è dell’altro: l’organizzazione di queste superfici, che funzionano, secondo l’indicazione del titolo della mostra (Maps) come grandi frammenti di una estesissima visione topografica dall’alto, è composta dalla combinazione di forme geometriche

eseguite a mano libera, imprecise, “sbavate”. Ogni dipinto risulta come una sorta di prelievo di una zona dell’universo infinito vista da un satellite attraverso un nuovo sistema di rilevazione, quasi Jacopo avesse inventato uno strumento tipo google maps applicabile esclusivamente a territori squisitamente pittorici. Nel tessuto compositivo dal ritmo misto, a tratti sincopato ma a volte anche largamente disteso, tra i colori strabilianti per la loro spudoratezza o per la loro tenera ritrosi, si accampano laconici i numeri, uno per quadro, numeri che servono a distinguere un dipinto dall’altro ma che portano anche con sé l’idea di un territorio più vasto da ricomporre. Come se la superficie intera del pianeta fosse stata reinventata e rimappata.

<> sostiene l’artista che fino a pochi anni fa usava il mezzo della fotografia per prelevare visioni urbane che lasciavano però l’osservatore nella sua posizione di osservatore verticale; oggi invece Prina, tramite questi dipinti che sembrano tappeti volanti, riesce a spostare radicalmente il nostro sguardo e il nostro pensiero sullo spazio che viviamo.

Elisabetta Longari

 

JULIET n.163 del 2013 VISIONI URBANE

“E così, come uno stregone o un veggente che esamina le sfumature nei fondi di caffè in cerca di rivelazioni, io compongo mappe, oniriche o fantastiche, in cerca di un orientamento o di un segnale che però so di non saper leggere”. (J.Prina) 

Federico Bianchi Contemporay Art (via Imbonati 12, Milano | +39.0239549725 [email protected]) presenta la personale di Jacopo Prina dal titolo “Maps”, un lavoro nuovo e inedito. In mostra delle carte e cinque tele di grandi dimensioni, accumunate dall’uso del colore dai toni “pop”, non nuovi all’artista. Jacopo Prina è un cittadino, nato e cresciuto nella metropoli dallo skyline di palazzi e grattacieli. Il suo sguardo non si perde nella vastità dei campi, bensì urta e rimbalza tra muri e citofoni, tra piantine del metrò e linee dei parcheggi, tra centri commerciali e spazi ortogonali. Elementi dal sapore artificiale che egli sapientemente combina sulla tela. 

L’artista stesso, racconta così la genesi della sua produzione: 

“Dipingo mappe alla ricerca di una meta che so non esistere. Prendo il pavimento della galleria, la porta il tavolo con gli oggetti sovrastanti. E poi, uscendo, gli incroci, le caselle della posta, le linee della metropolitana e i terminal dell’aeroporto. Poi assemblo tutta questa enorme massa di oggetti su tela, attento a non rompere le strutture identificative di ogni elemento”. 

Il piano orizzontale – preparato a monocromo e con campiture di colore uniformi – diviene la superficie su cui Jacopo riporta tutta questa esperienza visiva, frutto di una vita cittadina, facendo molta attenzione a gestire gli equilibri compositivi, soprattutto nelle opere di grandi dimensioni. Il risultato è un lavoro dalle cromie accese e brillanti, in cui attraverso forme e colori è possibile riconoscere – come in una “legenda” visiva – molte componenti di una realtà urbana, filtrata però dall’occhio dell’artista che ne soggettiva i riferimenti. 

Queste Mappe non sono, dunque, geograficamente rintracciabili; l’ambito in cui il lavoro si sviluppa non è quello della ricerca di un riferimento diretto con l’ambiente circostante, che potrebbe essere esercitato attraverso la trasposizione in scala degli oggetti. Anzi, dai lavori proposti si evince il contrario: sono tracce di memoria, ricostruzioni intime di percorsi mentali che certo hanno un’oggettivazione in elementi tangibili ma dalla (ri)combinazione del tutto personale. Sono non-luoghi che trovano la loro radice nelle ricerche globalizzate di “Google maps” ma che non conducono a nessun indirizzo preciso, se non alla consapevolezza che i luoghi li identifichiamo noi stessi, con la memoria e i ricordi che ad essi associamo. Così come scrive la curatrice, Francesca Morandi, nel testo di presentazione: 

“La contraddizione tra luoghi e non-luoghi vive nei lavori di Jacopo Prina; sono stimolo per cercare noi stessi e dare risposte alle nostre domande”. 

Alessia Locatelli

 

ARTE Mondadori n.477 del 2013 I NUOVI LAVORI DALLE MAPPE DI GOOGLE

Grigio, rosa, verde acqua, colori lievi e pastello scandiscono schemi geometrici elementari dalla potente sintesi grafica. E poi simboli e codici irriconoscibili. Jacopo Prina (Milano, 1971) fa emergere nei suoi recenti acrilici su tela, esposti da Federico Bianchi, lo scenario semplificato di un videogame un po' démodé. Quegli ingranaggi astratti sono in realtà immagini lungamente rielaborate. Partono da una sintesi estrema delle mappe satellitari di Google. Rispetto alle precedenti opere, che mostravano sempre visioni orizzontali, ora privilegia la visione dall'alto. L'artista in quelle composizioni creava una partitura di geometrie astratte da cui emergevano facciate, strade e squarci urbani, in un collage di architetture ritagliate e a frammenti. Per dare ancora più forza a questa sensazione di spaesamento, ora ripete in modo ossessivo i dettagli di quegli oggetti e delle loro geometrie. Nella mostra milanese sono esposti cinque oli su tela di grandi dimensioni (cm 300x240) e sei pastelli su carta (cm 50x70). I prezzi di questi lavori possono variare a seconda delle dimensioni da 1.200 a 12mila euro. 

Cristiana Campanini

 

SMALL ZINE n.11 del 2014 GEOMETRIE DEL QUOTIDIANO

Gregorio Raspa/ Jacopo, mi parli del tuo processo creativo?

Jacopo Prina/ Il mio lavoro si sviluppa attraverso un partico- lare sistema di ricerca: estrapolo e combino elementi visivi tratti dallo spazio pubblico o da quello domestico. Mi stimolano i colori, le texture e le superfici che vedo intorno a me, che incrocio nel mio viaggio quotidiano. Le osservo sempre come elementi indipendenti dal volume su cui sono poste; ne seguo soprattutto le geometrie che, nel contesto urbano, risulta- no come limitate, irrigidite entro i confini che le ordinano. Tento di estrapolarle acquisendone solo l’aspetto estetico, separandole dall’oggetto a cui sono associate.

GR/ Utilizzi immagini inconsciamente archiviate nella memoria collettiva - potenzialmente in grado di attivare un processo emo- zionale - combinandole in mosaici asettici, volutamente anonimi. Nel tuo lavoro conta più la deduzione razionalistica o l’induzione percettiva?

JP/ Mi affido esclusivamente alla percezione visiva e a ciò che rimane impresso nella mia memoria. Seguo l’istinto, l’intuizione. Nella costruzione dei miei lavori evito ragionamenti preventivi.

GR/ Concettualmente asciutto e graficamente rigoroso, il tuo lavoro sembra coniugare elementi propri di una cultura estetica interdisciplinare che cita Mondrian e Gnoli, guarda con interesse al design di Noorda e alla grafica dei primi videogame Namco. Quali sono i tuoi punti di riferimento?

JP/ Guardo con interesse al linguaggio astratto in generale. Gli stimoli sono molteplici. Alle fonti citate aggiungerei le carte di Chillida, le “gouaches découpées” di Matisse, i lavori di Rothko, Capogrossi, Marca-Relli, Christo, Bacon e Giacomelli.

GR/ Da Pop Scratch (2005) a Maps (2013) la logica progettuale dell’opera è rimasta inalterata. Negli anni, però, è cambiata la tua prospettiva di osservazione del mondo divenuta sempre più ampia, distante e “complessiva”. Come mai?

JP/ È stato un processo graduale e naturale. Sono partito dall’os- servazione di una realtà presente a poche spanne dai miei occhi fino a ricorrere all’utilizzo delle immagini satellitari della Terra archiviate su Google.

GR/ In passato hai realizzato anche delle sculture. Mi parli, ad esempio, di N.40 ?

JP/ N.40 è un’opera in pietra da me scolpita e successivamente colorata con acrilici. È come un nucleo di libertà circoscritta entro rigidi parametri. Vuole esprimere qualcosa che si avverte nella società: il controllo, l’esistenza di un ambiente geometri- co che regola, limita, comprime esigenze espressive, ma anche desideri e bisogni.

GR/ Alterni, con disinvoltura, tecniche digitali, fotografia, colla- ge, pittura e scultura. In arte, il fine giustifica i mezzi?

JP/ Non mi interessano le tecniche sperimentali, né sono alla ricerca di nuovi strumenti. Per ottenere il risultato che desidero scelgo, di volta in volta, lo strumento che ritengo più adatto.

GR/ Cosa stai preparando per il futuro?

JP/ Ora lavoro ritagli, creo composizioni con parti di carte e stoffe colorate che riproduco con l’uso della fotografia. In questo caso il lavoro scorre più velocemente, l’idea si concretizza sotto i miei occhi. Con questo metodo posso modificare la composizione seguendo ragione e istinto.

Gregorio Raspa