FLATLAND 

Il “pensiero digitale” rappresentato da Jacopo Prina è metaforico, legato più allo stile di vita quotidiana imposto dalla tecnologia. Con la serie dal titolo Flatland, l’artista osserva diverse città del mondo scorgendovi similitudini che annullano le singole caratteristiche e favorendo altresì l’appiattimento e l’anonimato dell’homo urbanus, immerso in una dimensione che lo astrae dall’effettiva consistenza delle cose livellandolo su di una superficie sempre più liscia e monocromatica.

Prina interviene sui propri scatti oscurandone, in post-produzione, delle parti con forme geometriche e lasciandone libere allo sguardo delle altre, azzerando in questo modo le profondità spaziali e riportando ogni elemento alla pura bidimensionalità della superficie fotografica. Le figure umane che vi compaiono sono solitarie presenze che attraversano questo frammento di realtà, abitanti di un mondo piatto nel quale ogni spessore è stato abolito a favore di una più uniformante esistenza a due dimensioni, fatta da norme da seguire, schemi prestabiliti, obblighi comportamentali, gesti reiterati nella routine quotidiana del lavoro, da un ramificato e capillare monitoraggio di ogni azione, di ogni spostamento, di ogni frase, che la tecnologia permette di effettuare agli organi di controllo della vita sociale.

Alessandro Trabucco

 

 

FLATLAND  

Jacopo Prina presenta flatland, mostra che raccoglie la sua recente produzione fotografica. Le norme da seguire, gli schemi prestabiliti, gli obblighi comportamentali, i gesti reiterati nella routine quotidiana del lavoro, il ramificato e capillare monitoraggio di ogni azione, di ogni spostamento, di ogni frase che la tecnologia permette di effettuare agli organi di controllo della vita sociale. Questi sono solo alcuni degli aspetti sui quali Jacopo Prina riflette con la propria rigorosa e coerente ricerca fotografica. Non è reportage, cioè una fotografia sempre alla ricerca dello scoop, della notizia giornalistica, dell’evento unico ed irripetibile, le immagini di Prina sono invece delle “finestre sul cortile” del cosiddetto villaggio globale, che testimoniano di un’omologazione sempre più preoccupante, sia nelle fredde ed ortogonali architetture sia nelle fattezze che la realtà urbana assume come “apparenza strutturale”, come costruzione ben calibrata atta a vanificare ogni iniziativa privata a favore della piatta condivisione dei sentimenti, delle opinioni e delle visioni. L’artista osserva le città e vi scorge similitudini che annullano le singole caratteristiche favorendo altresì l’appiattimento e l’anonimato dell’homo urbanus, immerso in una dimensione che lo astrae dall’effettiva consistenza delle cose livellandolo su di una superficie sempre più liscia e monocromatica. Prina interviene sui propri scatti oscurandone delle parti con forme geometriche e lasciando libere allo sguardo solo alcune zone, azzerando in questo modo le profondità spaziali e riportando ogni elemento alla pura bidimensionalità della superficie fotografica. Le figure umane che vi compaiono sono solitarie presenze che attraversano questo frammento di realtà, abitanti di un mondo piatto nel quale ogni spessore è stato abolito a favore di una più uniformante esistenza a due dimensioni. 

Alessandro Trabucco 

 

 

Arte Contemporanea n.21 gennaio- febbraio 2010 FLATLAND

Si è svolto presso le Gallerie del Cortiletto dell’Accademia di Brera a Milano Flatland, evento che ha raccolto i lavori più recenti di Jacopo Prina. Il titolo della mostra trae spunto da una novella satirica del 1884 dell’inglese Edwin Abbott. Abbott, per ironizzare sulle ridicole convenzioni della società Vittoriana, ipotizzava un mondo bidimensionale popolato da figure geometriche: maggiore il numero dei lati, maggiore lo status sociale dei personaggi. Anche il mondo raffigurato nei lavori di Prina è un mondo a due dimensioni. Lontano dall’essere semplici ‘reportage’ di alienazione urbana, le sue opere incorporano in composizioni di estremo rigore formale il malessere esistenziale di un mondo piatto, ossessionato dal controllo. Filo rosso dell’indagine che l’artista svolge attraverso una coerente ricerca fotografica è infatti la condizione umana nelle metropoli, in particolare Londra e Berlino, grandi palcoscenici del fenomeno della globalizzazione. Prina interviene sugli scatti ritagliando e ricomponendo frammenti di realtà, oscurandone delle parti con blocchi monocromi, forme geometriche che appiattiscono la profondità spaziale riducendola a motivo bidimensionale. In questo spazio livellato e omologato di immagini senza spessore, le architetture fredde e asettiche sembrano delimitare fisicamente e metaforicamente le esistenze degli abitanti. Spesso strutturate dal motivo della griglia modernista, le composizioni dell’artista mettono a nudo le linee verticali ed orizzontali che con una ripetitività delle forme ossessive e seriale costituiscono lo scheletro portante del paesaggio urbano contemporaneo. Le piccole figure umane che vi appaiono sono quasi sempre isolate e il loro movimento sembra congelato e racchiuso in algidi giochi di cornici geometriche. Vivere e muoversi all’interno delle metropoli nella società del capitalismo avanzato si configura nel lavoro di Jacopo Prina come un percorso predeterminato all’interno di molteplici gabbie. Dentro ed intorno alle moderne architetture di potere, le esistenze quotidiane si incanalano secondo schemi dettati dalla necessità di essere catalogati, di trovare una precisa collocazione professionale, sociale ed esistenziale, monitorati da un capillare regime di sorveglianza.

Alessandra Alliata Nobili

 

 

GALERIJA ZVONO solo show Beograd 30 aprila 2010 FLATLAND

Propisi koje treba poštovati, predodređeni obrasci, pravila ponašanja, pokreti koji se ponavljaju svakodnevno na poslu rutinski, razgranato nadgledanje svakog pokreta, svakog pomeranja, svake rečenice – tehnologija dopušta sprovođenje ovih radnji organima kontrole društvenog života. Ovo su samo neke aspekti kojima se bavi Jacopo Prina u svom rigoroznom i doslednom fotografskom radu. Ne radi se o novinarskoj reportaži, o fotografiji koja treba da izađe na naslovnoj strani i koja izveštava o nekom jedinstvenom i neponovljivom događaju, naprotiv prizori Jacopa Prine su „prozori koji gledaju u dvorište“ takozvanog globalnog sela. Ove slike svedoče o zabrinjavajućoj zvaničnoj potvrdi hladnih i pravougaonih arhitektura i „strukturalnom izgledu“ koji poprimaju gradski sredine, konstrukcije dobro i precizno odmerene sa ciljem da osujete svaku ličnu inicijativu zarad ravnog zajedničkog deljenja osećanja, mišljenja i shvatanja. Umetnik posmatra grad i u njemu opaža sličnosti koje poništavaju pojedinačne karakteristike i tako potpomažu ujednačavanje i anonimnost homo urbanus-a, gradskog čoveka zaronjenog u dimenziju koja ga odvaja od pravog sastava stvari i u kojoj se izravnjava na jednu sve uglačaniju i jednobojniju površinu. Prina zasenjuje delove svojih snimaka geometrijskim figurama i ostavlja vidljivim samo određene zone. Na ovaj način poništava dubinu prostora i ponovo vraća sve elemente u puku dvodimenzionalnost površine fotografije. Ljudske figure koje se pojavljuju su usamljene pojave koje prolaze kroz ove parčiće stvarnosti. One su stanovnici jednog ravnog sveta u kome su sve debljine predmet poništene u prilog jednog sve više ujednačavajućeg postojanja u dve dimenzije.