POP SCRATCH comunicato stampa

 

Frammenti visionari

 

Non possiamo ignorare come la contemporanea cultura visiva, dalla moda al design, dalla musica alle arti figurative, proponga continuamente rivisitazioni dei passati decenni: le automobili di oggi sembrano uscite da fumetti e film di ieri; altri esempi potremmo trovare in abbondanza se solo un momento ci fermassimo in mezzo a una qualsiasi strada e ci guardassimo in giro, ma il nostro occhio è talmente assuefatto all’accavallarsi delle immagini da non poter notare qualcosa di particolare.

Amati o odiati sono gli anni in cui siamo cresciuti, anni in cui si sono gettati i canoni stilistici della cultura collettiva della nostra epoca. Amati od odiati sono gli anni che ora viviamo, per lo più in quei giganteschi frullatori di immagini che sono le moderne città.

Estrapolando e ingigantendo fammenti di quotidiane visioni l’artista tenta una ribellione al magma visivo in cui siamo immersi, cerca di risvegliare qualcosa nel nostro inconscio, di suscitare un miscuglio di sensazioni con il forte impatto di accostamenti impossibili.

Dolci sensazioni di ricordi di infanzia misti a violenta repulsione per pattern stonati.

Cosa stiamo guardando? L’ultimo trend nelle carte da parati, la camicia che nostro padre usava nelle vacanze di famiglia o semplicemente il nostro occhio si è fermato un istante su un particolare qualsiasi delle migliaia di immagini di cui siamo continuamente bombardati?

Cosa intendono comunicare queste opere?

Sono veramente una semplice visione della realtà che ci circonda, come sostiene l’autore: “dipingo ciò che vedo, il mondo che mi circonda: una visione fredda, cruda della realtà così come si vede”?

Artista come specchio di un ambiente dove la società vive senza segni o forme protagoniste, annegate tutte nel rumore di fondo che le rende indistinguibili, senza nulla che meriti di essere evidenziato?

Questa è la visione che l’autore propone: osservare l’ambiente dal di fuori, sintetizzarlo, semplificarlo al massimo limite, ridurlo a campione, pattern di un universo di segni privi di significato. Forse per denunciare un’assenza?

Drammaticamente negati sentimentalismi, schematizzata una realtà ingessata nel particolare decorativo, essa rientra violentemente con tutta la sua emozionalità proprio attraverso la dichiarata rinuncia alla passionalità.

Spesso il togliere, sempre nell’arte, non annulla ma sottolinea ciò che manca, provoca il soffrire l’assenza.

Jacopo Prina è un artista del nostro tempo, un osservatore disincantato che rifiuta ogni cedimento sentimentale, che mette sotto accusa la società, con i suoi canoni estetici e con i suoi gusti più popolari.

Un giovane artista che ricerca anche nel passato recente quei segni e quelle forme che tutti ci portiamo dentro senza accorgercene. Quelle forme stridenti e nostalgiche insieme, quei colori e quegli accostamenti che forse razionalmente rifiutiamo, ma che indubbiamente fanno parte della nostra quotidiana esperienza visiva.

Raccoglie minuziosamente questi particolari, li blocca in una rigida sequenza, li taglia e li accosta in una apparente ma calcolata casualità, e spesso li soffoca con un elemento rigido e stridente.

I segni sono ripetuti, non vi sono protagonismi: sono gli stessi di tutti i giorni, di ogni città; sono in ognuno di noi.

Allucinanti nella loro impietosa evidenza, scorporati dal mondo, ricomposti in una apparente casualità cercano un senso nel mare dei segni.

Nichilismo o allarmanti avvisi ai navigatori umani?

Ognuno di noi sceglierà la propria risposta.

 

 

POP SCRATCH press release

 

Visionary Fragments

 

We cannot turn a blind eye to how our contemporary culture, from fashion to design, from music to figurative art, continually proposes revisions of past decades. For example, today´s cars look as if they came out of yesterday´s movies and TV series. We could find many other such examples if we only stood for a minute or two in the middle of any street and looked around us. Our eye, however, is so bombarded with images that it cannot focus on anything concrete.

Whether we love them or hate them, these are the years in which we have grown up, in which the stylistic canons of the collective culture of our time have been projected. Loved or hated, these are the years in which we now live, especially in those gigantic image blenders that are our modern cities. By extrapolating and magnifying fragments of everyday views, the artist attempts to rebel against the visive magma in which we are inmersed. He seeks to awaken something in our unconscious, to bring to life a mixture of sensations by the powerful impact of his impossible combinations.

Sweet sensations arising from childhood memories are mixed in with a violent repulsion towards discordant patterns.

What are we looking at? The latest fashion in wallpaper? The shirt our father used to wear on family vacations? Or has our eye simply stopped in its tracks for an instant to gaze at a single detail from the millions of images that are constantly bombarding us?

What are these works trying to communicate to us?

Are they really just a simple view of the reality that surrounds us, as the author suggests? I paint what I see in the world that surrounds me: a cold, raw view of reality just as it is perceived.

The artist sees himself as a mirror to an environment where society lives without any protagonist signs or forms and where it is drowned by the background noise that makes them indistiguishable.

This is the perspective that the author proposes: to observe one´s surroundings from the outside, synthesizing it, simplifying it to its maximum limit, reducing it to a prototype of a universe with signs stripped of significance. Perhaps he does it to pronounce an absence?

Feelings are denied dramatically, reality is outlined schematically, trapped in a decorative pattern; it´s an absence that comes back into existence violently and filled with emotive force through its stated refusal of passion.

Frequently, when one eliminates an element in art, rather than making it void one accentuates it by what is missing, thus provoking suffering.

Jacopo Prina is an artist of our time, a disenchanted observer removed from sentimentality, who accuses society with its aesthetic canons and its more popular tastes.

He is, furthermore, a young artist who searches in the most recent past for those signs and those particular forms that we all have unknowingly internalized, for those strident and nostalgic forms, those colors and combinations that we perhaps deny rationally but which without a doubt form part of our everyday visual experience.

He carefully collects these details, blocks them out in an rigid sequence, cuts and pastes them into a seeming yet calculated coincidence, and often drowns us with a rigid and strident element.

The signs repeat themselves, there is no protagonist: they are the same ones we see everyday, in every city, in each one of us.

Fascinating in their unmerciful obviousness, extrapolated from the world, recomposed as if by chance, they attempt to find sense in a sea of signs.

Is it nihilism or an alarming warning to us navigating human beings?

Each one of us will choose his or her own answer.

 

 

POP SCRATCH comunicado de prensa

 

Fragmentos visionarios

 

No podemos ignorar como la cultura contemporánea visual, de la moda al diseño, de la música a las artes figurativas, propone continuamente revisiones a los decenios pasados: los coches de hoy parecen salidos de los tebeos y películas de ayer; podríamos encontrar otros muchos ejemplos si nos parásemos tan solo un momento en medio de una calle cualquiera y mirásemos alrededor, pero nuestro ojo está tan bombardeado de imágenes que no puede fijarse en algo concreto.

Queridos o odiados, son los años en los cuales hemos crecido, años en los cuales se han proyectado los cánones estilísticos de la cultura colectiva de nuestra época. Queridos o odiados son los años en los que ahora vivimos, sobre todo en esas gigantescas batidoras de imágenes que son las ciudades modernas. Al extrapolar y magnificar fragmentos de visiones cotidianas el artista intenta rebelarse contra el magma visivo en el que estamos inmersos, busca despertar algo en nuestro inconsciente, suscitar una mezcla de sensaciones con el fuerte impacto de sus combinaciones imposibles.

Dulces sensaciones de recuerdos de infancia mezclados con violenta repulsión hacia patterns desentonados.

¿Qué estamos mirando? ¿La última tendencia en papel de pared, la camisa que nuestro padre utilizaba en las vacaciones de familia o simplemente nuestro ojo se ha parado un instante sobre un detalle cualquiera entre esas millones de imágenes que nos bombardean constantemente?

¿Qué intentan comunicarnos estas obras?

¿Son realmente una simple visión de la realidad que nos rodea como sostiene el autor? pinto lo que veo en el mundo que me rodea: una visión fría, cruda de la realidad así como se ve.

El artista como espejo de un ambiente donde la sociedad vive sin signo ni formas protagonistas, ahogada en el ruido de fondo que la hace indistinguible.

Esta es la visión que el autor propone: observar el entorno desde el exterior, sintetizarlo, simplificarlo al máximo límite, reducirlo a un prototipo de un universo de signos sin significado. ¿Tal vez para denunciar una ausencia?

Sentimientos dramáticamente negados, una realidad esquematizada, atrapada en el patrón decorativo, una ausencia que vuelve a entrar violentamente con toda su emotividad a través de su declarada denuncia a la pasionalidad.

A menudo el eliminar, en el arte, no anula sino acentúa lo que falta, provoca un sufrimiento.

Jacopo Prina es un artista de nuestro tiempo, un observador desencantado alejado de lo sentimental, que acusa a la sociedad con sus cánones estéticos y con sus gustos más populares.

Un joven artista que busca también en el pasado más reciente aquellos signos y aquellas formas que todos llevamos dentro sin darnos cuenta. Aquellas formas estridentes y nostálgicas, aquellos colores y aquellas combinaciones que tal vez racionalmente negamos pero que sin duda forman parte de nuestra experiencia visual cotidiana.

Recoge minuciosamente estos detalles, los bloquea en una secuencia rígida, los recorta y une en una aparente aunque calculada casualidad, y a menudo los ahoga con un elemento rígido y estridente.

Los signos se repiten, no hay ninguno protagonista: son los mismos de todos los días, de cada ciudad, de cada uno de nosotros.

Alucinantes en su despiadada evidencia, extrapolados del mundo, recompuestos en una aparente casualidad, buscan un sentido en el mar de los signos.

¿Nihilismo o alarmantes avisos a los navegantes humanos?

Cada uno de nosotros elegirá su propia respuesta.

 

 

POP SCRATCH press release

 

Vizionarski fragmenti 

 

Ne možemo a da ne primetimo kako savremena kultura, od mode do dizajna, od muzike do figurativne umetnosti, neprekidno nudi/nameće ponavljanje proteklih decenija. Današnji automobili, na primer, izgledaju kao da su izašli iz jučerašnjih filmova i TV serija. Mogli bismo pronaći i mnoge druge slične primere, ako bismo samo na minut ili dva zastali na ulici i posmatrali oko sebe. Naše oko је, mеđutim, u toj meri bombardovano slikama da ne mоžе da se usresredi ni na šta konkretno.

Dopadale vam se ili ne, ovo su godine u kojima smo odrasli, u kojima su se for- mirali stilski kanoni kolektivne kulture našeg vremena. Dopadale vam se ili ne, ovo su godine u kojima sad živimo, naročito u onim gigantskim bІenderima slika kao što su savremeni gradovi. Ekstrapoliranjem i uvečavanjem fragmenata svakodnevnih prizora, umetnik pokušava da se pobuni protiv vizuelne magme u koju smo uronili. on nastoji da probudi nešto u našem podsvesnom, da udahne život mešavini senzacija koristeći moćni uticaj svojih nemogućih kombinacija.

Prijatne senzacije koje potiču iz sećanja na detinjstvo mesaju se sa snažnom odbojnošću ka neskladnim obІicima.

Šta vidimo? Najnoviji dizajn zidnih tapeta? Košulju kakve su naši očevi nosili na porodičnim putovanjima? Ili je naše oko zastalo na trenutak da bi posmatralo jedan jedini detalj sa milion slika koje nas neprekidno bombarduju?

Šta ove slike/dеlа/pokušavaju da nam saopšte?

Da li su samo slika realnosti koja nas okružuje, kao što sugeriše autor? Slikam ono što vidim u svetu koji me okružuje: hladnu, sirovu sliku realnosti kako je vidim.

Umetnik vidi sebe kao ogledalo sredine u kojoj društvo živi sa znakovima i formamа među kojima nema protagonista, koji su nerazgovetni u odnosu na sveprisutnu buku.

То је perspektiva koju autor nameće: posmatrati okolinu spolja, sintetišući је, uprošćavajući је do maksimuma, svodeći је na prototip univerzuma роmоću znakova lišenih značenja. Моždа on to radi da bi izrazio odsustvo?

Osećanja se dramatićno odbacuju, stvarnost se predstavlja šematski, zarobljena u dekorativne obrasce; reč је o odsustvu koje se silovito pretvara u postojanje ispunjeno emotivnom snagom kroz izrazito odbacivanje strasti.

Često, kada stvaralac eleminiše neki element iz umetnosti, on ga odsustvom naglašava pre nego poništava, ćime izaziva patnju.

Јасоро Prina je umetnik našeg vremena, otrežnjeni/razočarani posmatrač oslobođen sentimentalnosti koji optužuje društvo sa estetskim kanonima i popularnim ukusima.

On je, takođe mladi umetnik koji u najskorijoj prošlosti traga za onim znacima i konkretnim formama koje smo svi nesvesno usvojili, za nemenljivim i nostalgičnim formama, za bojama i kombinacijama koje mоždа racionalno odbacujemo, ali koje nesumljivo čine deo našeg svakodnevnog vizuelnog iskustva.

On brižljivo skuplja ove detalje, ređa ih u rigidne nizove, bira ih i spaja u naizgled slučajne, ali ustvari proračunate koincidencije, i često nas pogodi/zaslepi/nekim rigidnim nenametljivim elementom.

Znaci se reprodukuju, nema protagonista-to su oni isti koje gledamo svakog dana, u svakom gradu, u svakom od nas.

Fascinantni u svojoj neumoljivoj očiglednosti, ekstrapolirani iz sveta, rekompono- vani naizgled slučajno, ovi znaci pokušavaju da nađu smisao u moru znakova.

Da li je to nihilizam ili alarmantno upozorenje nama, ljudskim bićima koja plove?

Svako od nas ćе izabrati sopstveni odgovor.                       prevod Nada Pančić 

 

 

 

Un occhio sulla realtá

 

Il mio lavoro ha un fine: cercare di capire, di rendere chiaro.

E’ un tentativo di presa di coscienza della nostra esistenza materiale attraverso tutte quelle immagini che ogni giorno ci colpiscono e ci invadono e cercare di rispondere alla domanda: dove siamo?

Il mio lavoro si svolge attraverso un sistema sperimentale, come avviene per la ricerca scientifica, con il fine di conoscere e capire la materia che ci circonda. Isolo un reperto, un particolare dal mondo intorno, un ritaglio di un vestito di una signora. Lo pulisco, lo riduco a schema, lo rendo riconoscibile a colpo d'occhio e lo faccio reagire con altri elementi della stessa cittá e dello stesso giorno.

Lavoro come un chimico che per conoscere e capire, prende elementi dell’ambiente, li sintetizza, scopre la molecola, ne riconosce la forma e la unisce, con una certa logica ad altre per produrre una reazione.

Non sono casuali collages: abbino i reperti con la logica dell’ accostamento impossibile, per creare uno scontro o una reazione e quando finisco un quadro vi leggo una sintesi dell’ambiente che mi circonda.

Quando osservo sono solo un occhio che guarda l’ambiente da fuori: seleziona, riassume e sintetizza.

Quando dipingo cerco di essere semplice, chiaro e immediato. Parlo con colori, segni e forme universali per essere piú universalmente capito.

Semplifico all’estremo e riassumo un concetto di realtá piú universale, piú generale, perché possa essere intepretata, perché se ne prenda coscienza.

Perché i miei quadri sono tutto linee, rettangoli, campiture nette?

Io vedo cosí, certo, peró non parlo della visione reale che si imprime nella retina dell’occhio nel momento dell’osservazione, ma di quelle immagini che restano impresse in seguito, anche se non sempre ne siamo consapevoli.

La nostra mente occidentale, abituata a vivere spazi parallelepipedi, ci fa schematizzare e razionalizzare tutte le nostre percezioni per archiviarle con un ordine geometrico, come in un magazzino o in supermercato. Messaggi schematici, ripetitivi, non protagonisti. Gli stessi di tutti i giorni, di ogni cittá, di ogniuno di noi.

Il mio linguaggio cerca una costruzione fredda e razionale, punti costanti nel ripetersi di ogni giorno, colori e patterns superficiali, decorazioni effimere, particolari estratti dall’ambito del pubblico e del domestico quotidiano.

E’ una visione logica e razionale che insegue concetti assoluti, prototipi universali, riproduzioni in serie e modulari, per tutto ricomporre in un nuovo linguaggio, in una poetica del pattern che, evidenziato, diviene metafora dell’esistente.

Jacopo Prina

 

 

POP SCRATCH ragionate alchimie

 

E’ connaturata all’ essenza stessa dell’ essere uomo l’ aspirazione innata, la tensione intellettuale, a raggiungere la comprensione più profonda della realtà sensibile, per svelare il segreto di questo mondo che ci circonda, che viviamo ogni giorno, ma che, altro da noi, ancora non ci appartiene. Pensatori e filosofi, alchimisti e scienziati, intellettuali ed artisti hanno da sempre interpretato i segni del creato per carpire le dinamiche del suo movimento: è la lunga storia delle scoperte, il cammino del progresso umano, la tensione ansiosa verso l’ assoluto. Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza… ammoniva Ulisse al Divin Poeta nell’ Inferno del 1307.

Oggi Jacopo Prina, un artista alchimista del nostro tempo, si chiede ancora questo. E’ possibile ridurre ai minimi termini la complessità della materia, costringendola in poche forme comprensibili a tutti? Non è altro che l’ utopia della scienza e della comunicazione a tutti i livelli. Il sistema sperimentale ed il metodo scientifico aiutano Jacopo nella sua personale ricerca del prototipo assoluto ed universale, matrice e modulo per ricostruire una nuova realtà sotto lo stretto controllo dell’ uomo. Di tutte le cose misura è l’uomo: di quelle che sono, per ciò che sono, di quelle che non sono, per ciò che non sono… scrisse Protagora nell’ Atene del V secolo a. C. Nel XXI secolo non è più tempo di semplicistiche interpretazioni del mistero dell’ esistente. Tutto è opinabile, transeunte. La società attuale è troppo complessa ed in sé conflittuale per essere ridotta a formule riconoscibili nell’ immediato. Alla luce di un mondo contemporaneo lacerato, attraversato da profondi conflitti interni ed esterni, l’ incontro scontro tra civiltà agli antipodi, portatrici di usi e costumi estremamente dissimili, ha complicato ulteriormente il compito all’ artista. Il vocabolario visivo che Jacopo sta scrivendo deve necessariamente essere poliglotta, l’ atomo deve diventare molecola. Questo implica la ricaduta nel complesso sistema dei segni, come la semiotica ci insegna. Così ancora una volta la natura ci sfugge, portando il suo confine conoscitivo un passo in più lontano da noi. E la ricerca riprende. Ma questa non è la condizione di essere uomo, di essere artista? Nell’ intento progettuale di Jacopo la fredda razionalità della scienza può essere la soluzione per scoprire i patterns, le textures ed i frames che, nascosti nelle viscere della materia, sono necessari per comprenderla e reinterpretarla con coscienza.

Le composizioni di Jacopo, elaborate al computer e successivamente ritoccate a mano, vivono sulla geometria, ma non di geometria. Sono lontane dall’ Arte Concreta, ammiccano alla Scuola del Bauhaus – dove già esisteva un Laboratorio Tessile animato da Gunta Stölzl –, all’ Astrazione pura, sintetizzando le conquiste della Pop Art, dell’ Op Art e del Visual Design. La realtà simbiotica, empatica, traluce prepotentemente dai rigidi schemi compositivi dell’ opera. Linee ortogonali, forme astratte e moduli simmetrici si piegano all’ imprevisto della rotazione, dell’ ingrandimento e del colorismo, incrinando di sentimentalismo una fragile griglia intellettuale, ebbra di raziocinio. La ripetizione, l’ ossessività e la moltiplicazione dei prototipi universali vengono intaccate dall’ irruzione di arabeschi fantastici, di girali vegetali e di leggere sfumature di colore. Tutte concessioni alla complessità dell’ ambiente antropico. L’ impianto strutturale risente fortemente dell’ idea di negativo – positivo e del concetto di quinta scenica, così da riconsegnare alla visione bidimensionale dell’ opera quell’ aspirazione alla tridimensionalità, peculiarità esclusiva del mondo reale. Ora appare chiaro che l’ equilibrio è rotto, per sempre, nella scomposizione dei piani.

Cosciente dei limiti della scienza e della finitezza dell’ uomo, Jacopo cerca di fissare nelle sue creazioni la complessità delle immagini della vita quotidiana, isolando dal flusso infinito della realtà, qualche indizio utile per la sua comprensione.

Eppur si muove… inesorabilmente.

Lorenzo Respi

 

 

Un ojo sobre la realidad

 

Mi trabajo tiene una meta: intentar comprender y aclarar.

Es un intento de tomar conciencia de nuestra existencia material a través de todas aquellas imágenes que cada día nos golpean y nos invaden. Intento responder a la pregunta ¿dónde estamos?

Desarrollo mi trabajo a través de un sistema experimental, al igual que pasa con la investigación científica, con el fin de conocer y entender la materia que nos rodea.

Aíslo un fragmento, un detalle del mundo que nos rodea, por ejemplo un recorte de un traje de señora. Lo limpio, lo esquematizo, le doy una forma que se pueda reconocer fácilmente y lo hago reaccionar con otros elementos de la misma ciudad y del mismo día.

Trabajo como un químico que para conocer y entender coge elementos del entorno, los sintetiza, descubre la molécula, reconoce la forma y los fusiona con una cierta lógica para producir una reacción.

No son colages casuales: combino los fragmentos con la lógica de las combinaciones imposibles para crear un choque o una reacción y cuando termino un cuadro leo en el una síntesis del ambiente que nos rodea.

Cuando observo, soy solo un ojo que mira el entorno desde el exterior: Selecciona, resume y sintetiza.

Cuando dibujo intento ser simple, claro e inmediato. Hablo con colores, signos y formas universales para que se me pueda comprender universalmente.

Simplifico al extremo y resumo un concepto de realidad más universal, más general, para que pueda ser interpretada, para que el público tome conciencia.

¿por qué son mis cuadros todo líneas, rectángulos y superficies concisas?

Yo lo veo así, claro, pero no estoy hablando de la visión real que se imprime en la retina del ojo en el momento de la observación, sino de aquellas imágenes que se quedan impresas a continuación, aunque no siempre seamos conscientes.

Nuestra mente occidental, acostumbrada a vivir en espacios paralelepípedos, nos hace esquematizar y racionalizar todas nuestras percepciones para archivarlas con un orden geométrico, como en un almacén o en un supermercado. Mensajes esquemáticos, repetitivos, no protagonistas. Los mismos de todos los días, de cada ciudad, de cada uno de nosotros.

Mi lenguaje busca una construcción fría y racional, puntos constantes en el repetirse de los días, colores y patterns superficiales, decoraciones efímeras, detalles extraídos del ámbito público y del ámbito doméstico cotidiano.

Es una visión lógica y racional que busca conceptos absolutos, prototipos universales, reproducciones modulares y en serie , para recomponerse así en un nuevo lenguaje, en una nueva poética del pattern que exaltado, se convierte en una metáfora de la existencia.

Jacopo Prina